Può un singolo giocatore impattare così notevolmente sul gioco della squadra? Nel caso di Zlatan Ibrahimovic sì. La differenza con Borriello è stata subito evidente. L’italiano abituato ad un lavoro sporco, meno tecnico ma più di sostanza, meno incline al concentramento e più al senso di posizione in area di rigore. L’altro, lo svedese, vuole essere sempre coinvolto, vuole fungere da playmaker offensivo, vuole entrare di prepotenza nel gioco della squadra con tocchi e fraseggi. Ibra col Cesena ha mostrato spunti di grande classe, ma deve tenere sempre a mente la sua mission: fare gol. Per cui, se l’errore deve essere, molto meglio che sia nel tentativo di tirare in porta. Gli altri due elementi del tridente non hanno convinto: Dinho era in una della sue serate di depressione calcistica; l’altro, Pato, seppur sempre il più pericoloso, deve uscire dalla teoria del “risolvo tutto io”. Difensivamente parlando, invece, anche se è vero che i due gol sono scaturiti da un rovesciamento di fronte che ha colto impreparata l’organizzazione difensiva, gli errori individuali sono sembrati pacchiani. Antonini e Sokratis hanno confezionato una doppia ingenuità nel caso del primo gol. Lo stesso greco non è sembrato irreprensibile neanche sul secondo. Insomma, la difesa ha bisogno di una potente cura di fosforo.
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Stefano
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Simone





