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In un’isola del Nord-Europa c’è qualcuno che trionfa al suo primo anno da allenatore, qualche migliaia di chilometri più a sud c’è una squadra che con 98 punti e 18 partite vinte su 19 non vince il campionato, invece in una parte della città di Milano c’è una squadra senza obiettivi, dal futuro incerto, senza organizzazione e tutto ciò si riflette necessariamente sull’umore dei tifosi: apatia, atteggiamento di resa, sfiducia. La squadra ha giocato male e perso: <<pazienza, era prevedibile>>. Sì è ottenuto il terzo posto: <<ok bravi, ma era il minimo>>. Lo stato di desolazione di Marassi è esattamente lo specchio del sentimento di molti tifosi del milan: vuoto totale. Anche il tentativo di Leonardo di cercare stimoli è disperato come colui che cerca un’oasi rinfrescante nel deserto. L’agonia agonistica, seppur latente da mesi, terminerà settimana prossima. Ma ne inizierà un’altra, che si preannuncia ancora più stressante e imprevedbile: è quella legata al futuro societario, alla prospettiva tecnica (uomini e allenatore) e anche al mercato, con i suoi sogni e le sue crude realtà. Il terzo posto conquistato dovrebbe aiutare la pianificazione. Al momento solamente in teoria, perchè questa rotta ultimamente tracciata non promette niente di positivo.
In una serata ricca di mediocrità e di pochi motivi di esaltazione, solo Dinho merita un elogio. Come un pugile che non vuole arrendersi, il brasiliano prende per mano la squadra dispensando assist e giocate, trovando il modo di giustificare ai tifosi il prezzo del biglietto. Meno male che c’è lui perchè il contorno è al limite della sufficienza. Favalli blocca Gilardino, Thiago è un muro invalicabile, però sono soddisfazioni troppo esigue per giustificare una esaltazione di massa. Leonardo sta facendo il possibile e l’impossibile per tenere coeso un gruppo anche di fronte a degli obiettivi quasi spariti ancora di più dopo avere accarezzato un’illusione di scudetto che è stata fin troppo fugace per rendersene conto davvero. Per questo un elogio ancora maggiore
Milan e Fiorentina, due squadre in crisi di identità, di un progetto futuro e forse anche di obiettivi. Risultato: un 1-0 deciso da Dinho su rigore, al termine di una partita sofferta ma meritatamente vinta. Ormai è una tradizione: Milan Fiorentina è la partita degli addii: veri, presunti, annunciati. Ieri, 31 maggio 2009, si chiuse l’esperienza rossonera di Maldini, Kakà e Ancelotti. Oggi, un anno dopo, anche il ciclo di Leonardo, durato appena una stagione, sembra già al capolinea! Gli abbracci a fine partita, gli sguardi languidi, le lacrimi sul punto di sgorgare impetuose valgono più delle mille parole non dette a fine partita. Di fronte ad una mediocrità diffusa da una parte e dall’altra, è stata la maggiore voglia di vincere della squadra rossonera a fare la differenza, accompagnata dalla classe di Dinho: come sempre un uomo solo al comando; pur nella sua discontinuità, sempre decisivo. In questo momento il Milan è quello di sabato: poca rapidità, poche idee ma quel carattere sufficiente a trovare il gol di vantaggio e a blindare il terzo posto. Tuttavia la vera fonte di preoccupazione è che il sentimento prevalente, anche di fronte ad un a vittoria, è di totale e sincero scoramento. L’incertezza quotidiana, l’impotenza verso una squadra che non è più in grado di lottare per traguardi importanti lascia un segno di amarezza più che tangibile.
Una prestazione così incolore come quella della prima frazione non può che avere più colpevoli, in tutte i reparti. Dida è sembrato avere più di una responsabilità sul secondo gol, dove ha lasciato transitare indisturbato un pallone vagante nell’area piccola. Favalli è apparso ben lontano da una condizione che avesse le sembianze della decenza. I due centrocampisti Pirlo e Ambrosini hanno sofferto tremendamente, sia per demeriti propri che per la totale mancanza di movimenti da parte del resto della squadra. Per finire Dinho e Huntelaar. Il primo troppo cocciuto nel tentare continuamente dribbling in mezzo ai mille tentacoli disposti dai difensori avversari, il secondo troppo avulso dal contesto globale per sembrare un giocatore con la maglia rossa e nera. D’altronde a Leonardo non si può rimproverare nulla se neanche in panchina può trovare chi può garantire velocità, imprevedibilità e cambi di ritmo. Si salva solo Marco Borriello, sempre più protagonista di un campionato grigio!






