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Può un singolo giocatore impattare così notevolmente sul gioco della squadra? Nel caso di Zlatan Ibrahimovic sì. La differenza con Borriello è stata subito evidente. L’italiano abituato ad un lavoro sporco, meno tecnico ma più di sostanza, meno incline al concentramento e più al senso di posizione in area di rigore. L’altro, lo svedese, vuole essere sempre coinvolto, vuole fungere da playmaker offensivo, vuole entrare di prepotenza nel gioco della squadra con tocchi e fraseggi. Ibra col Cesena ha mostrato spunti di grande classe, ma deve tenere sempre a mente la sua mission: fare gol. Per cui, se l’errore deve essere, molto meglio che sia nel tentativo di tirare in porta. Gli altri due elementi del tridente non hanno convinto: Dinho era in una della sue serate di depressione calcistica; l’altro, Pato, seppur sempre il più pericoloso, deve uscire dalla teoria del “risolvo tutto io”. Difensivamente parlando, invece, anche se è vero che i due gol sono scaturiti da un rovesciamento di fronte che ha colto impreparata l’organizzazione difensiva, gli errori individuali sono sembrati pacchiani. Antonini e Sokratis hanno confezionato una doppia ingenuità nel caso del primo gol. Lo stesso greco non è sembrato irreprensibile neanche sul secondo. Insomma, la difesa ha bisogno di una potente cura di fosforo.
Il bombardamento mediatico fatto di pomposi proclami e suggestive intenzioni delle ultime due settimane si è arenato a Cesena, una neopromossa che ha rivelato nel modo più spietato l’essenza più autentica del termine squadra. Trasformare l’entusiasmo dei tifosi in effettivo furore agonistico e gli schemi teorici in vincente esecuzione pratica sarà una sfida continua per Mister Allegri, che si dovrà impegnare a fondo per far diventare i grandi solisti un complesso che suoni all’unisono. I margini di miglioramento sono però tanti e tali che il bicchiere pieno di ottimismo non può svuotarsi alla scoperta del più piccolo forellino. Come una bilancia che si deve mantenere stabile o una coperta che non deve mantenersi corta, la squadra ha peccato di equilibrio, in due sue accezioni: il primo è difensivo, non da intendere come reparto ma come organizzazione nel suo complesso. Prima di pensare al quadrilatero delle meraviglie è forse più opportuno concentrarsi su un bilanciamento di squadra che col cesena è venuto meno. I continui inserimenti dei centrocampisti insieme all’inesistente spirito di sacrificio delle punte impongono di trovare una via di mezzo per non incorrere in spiacevoli inconvenienti, vedi i contropiedi subiti che troppo spesso ci hanno visti in difficoltà. La seconda riflessione riguarda invece il gioco d’attacco. L’aver badato più alla forma che alla sostanza, più ai ricami che alla concretezza è stato uno dei motivi per cui non si è tirato praticamente mai. La capacità di equilibrare le azioni individuali ai fraseggi scegliendo di volta in volta la soluzione piú produttiva è una delle alchimie che deve essere trovata e applicata il più velocemente possibile.






