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Estetica e pragmatismo. A prima vista due filosofie assolutamente agli antipodi. Da una parte c’é un modo di pensare orientato alla bellezza oggettiva utilizzando il contributo dei 5 sensi; dall’altra c’é una visione della realtá in cui ogni azione é misurata in base al profitto e all’efficacia che procura. E cosí anche tra i calciofili più filosofeggianti è di uso comune prendere una posizione radicale, avendo come paradigmi Sacchi (re del bel calcio) e Capello (re del cinismo). Il Milan delle ultime due trasferte ha voluto rendere gentile omaggio alle due correnti di pensiero. Se all’olimpico contro la Roma, il risultato positivo aveva fatto passare in secondo piano ampi momenti di totale apnea difensiva, contro la Fiorentina la squadra ha peccato di sicurezza in se stessa, peccando di ghirigori ed eccesso di ricami. Ottimo e disinvolto possesso palla, discreta fludità di manovra ma tiri in porta ridotti al lumicino come se Ibra, Binho e Seedorf puntassero più all’assist che alla finalizzazione. Nonostante gli errori arbitrali (tanti, gravi e inspiegabili), la partita andava vinta, anche perchè la fiorentina (soprattutto nel primo tempo) si configurava come lo sparring partner ideale: squadra in crisi di identità, con peso offensivo inesistente, errori a ripetizione, scarsa reattivitá nei contrasti. Invece il Milan, specchiandosi troppo nella bravura dei suo solisti, non ha saputo concretizzare una superiorità sembrata mai in discussione. Nelle ultime tre trasferte abbiamo assistito a tre Milan diversi: quello pazzoide di Lecce, quello spietato di Roma e quello narcisistico di Firenze. Il meglio ora sarebbe trovare la perfetta sintesi: un Milan che gioca bene, di squadra, con fraseggi veloci e trame incisive; un Milan che dimostra grinta, determinazione e cattiveria; un Milan che deve essere più concreto, dove gli attaccanti devono tirare più che rifinire. Quello con la Fiorentina non é un risultato negativo a prescindere ma lo é diventato con le condizioni (errori arbitrali compresi) che si sono determinate. Non esisterá sicuramente una scienza perfetta, nella filosofia come nel calcio; per vincere peró é sempre meglio guardare prima alla sostanza e poi all’estetica. E stando al comportamento di Allegri negli ultimi minuti, questa é forse anche la sua opinione.
Un qualunque banchetto che si rispetti non puó iniziare senza la presenza di tutti i commensali. Senza Ibra e Patinho, senza Van Bommel e Gattuso si può al massimo stuzzicare tra gli antipasti ma per il dolce no. Se manca qualcuno quella torta non si puó tagliare. È da mesi e mesi che il Milan é impegnato a profondere tutto lo sforzo possibile per arrivare lassù: a volte l’abbiamo fatto camminando, altre volte correndo ma imponendo comunque un ritmo che é stato via via crescente. Tutti i possibili tentativi di rimonta sono stati ricacciati indietro e ora siamo lí, ad un gradino dalla vetta. Il cammino è stato tortuoso più che mai: assenze, infortuni, squalifiche, decisioni arbitrali non sempre favorevoli, critica sempre col fucile spianato. Tutto e di più si è abbattuto contro questo Milan. Ma la corazza è di quelle iper-protettive, a mille strati, difficile da scalfire e dura da lacerare. Gli infortuni continui di Nesta e Pato, l’assenza di Ibrahimovic nel momento clou, l’andamento a corrente alternata di Pirlo e Seedorf sono stati solo alcune delle difficoltà nate lungo il tragitto, superate grazie alla forza del gruppo, alla volontà ferrea di arrivare alla meta e alla capacità di Mister Allegri, che in qualsiasi momento ha saputo comandare la ciurma da protagonista scaltro e smaliziato. Per la prima volta in stagione è stato sfondato il muro delle 4 vittorie consecutive, raggiungendo contro il Bologna quota 5. Dopo le parentesi disastrose contro Bari e Palermo, la squadra ha reagito alla grande, scovando forze ed energie che sembravano perdute. Senza Ibra la squadra sembrava aver perso il suo naturale punto di riferimento e invece Pato prima e Cassano e Robinho poi l’hanno rimpiazzato alla grande. Si sono divorati tanti gol quante sono le palle di un pallottolliere, ci hanno fatto imprecare e hanno prolungato a dismisura le nostre ansie ma se stiamo per tagliare quella torta è anche per merito loro. Arrivati dove siamo, è durissima non scrivere in un intero articolo “quella parola”. Ma se tutto va come deve assolutamente andare quella sarà la prima parola del prossimo articolo. Promesso!
Quando si vive un momento di difficoltà, possono succedere due cose: o si viene assaliti dalla depressione che ti fa sprofondare sempre più in basso, oppure si trova la forza di rialzarsi, facendo affidamento alle proprie forze positive. Quando si é sottoposti poi alla pressione mediatica non ci sono alternative: o si é in grado di reggere l’onda d’urto oppure si rischia di essere travolti senza spiragli né vie d’uscite. Il Milan che si presentava al derby sembrava non godere di buona salute, né fisica nè mentale; svuotato di energie e di idee. Ma mentre molti (questo blog compreso) parlavano e si interrogavano, qualcuno approfittava della benedetta sosta per ricaricare le batterie e preparare in ogni dettaglio la sfida senza ritorno. Per rispondere alle critiche serviva una prestazione perfetta, in cui l’assolo dei solisti si confondesse con l’armonia della squadra. Facilitato da un gol dopo neanche un minuto e dalle idee di Leonardo molto fantasiose ma tatticamente poco evolute, il Milan di Allegri ha potuto realizzare coi fiocchi il proprio piano partita, fatto di controllo del gioco, di ripartenze rapide e attenzione difensiva. La vera chiave però è stata il centrocampo, efficace due volte: da una parte prezioso filtro e isolante perfetto; dall’altra origine creativa di tutte le manovre rossonere. Il tutto in un movimento e scambio di posizioni e ruoli che è risultato letale: Gattuso primo difensore ma coinvolto alla grande nell’azione del primo gol; Van Bommel cuscinetto difensivo che non si esime da prendersi il tiro; Boateng e Seedorf, umili in ripiegamento ma costanti a supportare Pato e Robinho. Il campionato del Milan assomiglia molto ad una partita combattutissima di tiro alla fune, in cui, nonostante gli innumerevoli strappi, l’avversario non vuole cedere nè abbandonare la presa. Per far sì che il nemico superi quella metaforica linea bianca della resa, serviranno ancora prestazioni maiuscole. Tante volte abbiamo temuto di perdere quella presa, tante volte siamo stati sul punto di lasciarci sfuggire quella fune. Ma tutte le volte la squadra ha reagito alla grande, tutti gli interpreti hanno fatto scorta di gesso e hanno ripreso a tirare. Ora, di qui alla fine, serve farlo con continuità, con lo stesso spirito combattivo, la stessa attenzione ai dettagli del derby vinto. Siamo in testa da 22 giornate, abbiamo visto tutti e 4 gli scontri diretti. Questo, anche se non ancora sufficiente in termini numerici, deve essere l’iniezione di fiducia per il rash finale.
L’immaginazione creativa é una potente tecnica di psicologia energetica, che sfrutta la potenza del pensiero per costruire una realtà futura positiva e luminosa. Pur non essendo né un fautore né un assiduo praticante, devo ammettere che cercherò di utilizzare anche questo stratagemma per preparare al meglio il prossimo derby. É forse l’unico modo per far emergere qualche pensiero positivo in vista della più decisiva delle partite. Il solito bicchiere che tanto ben rappresenta lo stato d’animo mai come in questa circostanza puó essere mezzo vuoto; e certamente non per le eccitanti bevute del weekend quanto per il rendimento di una squadra, quella rossonera, totalmente caduto in fondo al precipizio. Quel poco di buono costruito faticosamente in questi 5 mesi sembra sul punto di crollare, più per demeriti propri che per oggettivi meriti degli avversari. È colpa solo nostra se abbiamo dilapidato un consistente vantaggio numerico e psicologico, é demerito nostro se il rendimento casalingo é totalmente insufficiente. Tante volte abbiamo elogiato il carattere, la grinta e la determinazione come virtù caratterizzanti. Altrettante volte abbiamo sottolineato come la totale mancanza di gioco potesse rappresentare un pericoloso segnale di allarme in vista di test più probanti. Dal momento che questo tanto agognato gioco difficilmente potrà fare la sua miracolosa apparizione in poco meno di due mesi, sarebbe consigliato affidarsi almeno alle altre caratteristiche: invece col Bari e col Palermo nemmeno queste sono pervenute. È inutile nascondersi: é da mesi che il Milan sta facendo tanta, troppa fatica. Contro il Chievo siamo stati un’accozzaglia di individualitá, contro il Napoli, pur dominando é vero, é servito un aiutino arbitrale per sbloccare una situazione intricata, contro una derelitta Juve é servita la “ciofecata” di giornata. Da una parte questo vincere senza convincere é fonte concreta di preoccupazione, dall’altra fa capire quanto margine di miglioramento possa avere ancora questa squadra. Questo campionato poteva, anzi doveva essere stravinto, i punti di vantaggio avrebbero potuto essere in doppia cifra e il derby del 2 aprile altro non avrebbe dovuto essere che una passerella da passaggio di consegne. Invece la squadra non riesce ad essere continua per non più di 3/4 partite di fila, troppo spesso ha cali di tensione, troppo frequentemente regala tempi agli avversari, sovente appare annoiata, quasi conscia di una superiorità invece tutta da dimostrare. E così squadre tramortite come il Napoli riprendono fiducia e squadre lontane come l’Inter possono tentare un clamoroso avvicinamento. Nella mia mente sto cercando di dare una forma all’ottimismo, sto cercando di riordinare le idee per dare forma ad un disegno positivo in vista del derby: e allora penso alla partita contro il Napoli, ben interpretata soprattutto nel secondo tempo; penso alla trasferta di Londra, dove si è palesato un Milan autoritario e per nulla intimorito; penso al fatto che la difesa funziona, sorretta da Nesta e Thiago Silva; e poi mi appello al carattere, all’orgoglio che sicuramente non potrà mancare in una partita così importante come quella del 2 aprile. Nei prossimi giorni preparatevi ad altri spunti di riflessione interessanti, perchè ci sono numeri e fatti concreti a spiegare parzialmente questo momento negativo!
Finchè c’è energia c’è speranza! In questo slogan c’è tutto. La voglia, la grinta, la determinazione ancora una volta ha fatto la differenza, ieri sera come in tutto il campionato. Il Milan di Allegri può sembrare sovente un complesso poco omogeneo ma quando anche i più egoisti solisti mettono sul campo la stessa ferocia, lo stesso vigore, la stessa intensità, allora quell’insieme di individualità diventa un orchestra capace di suonare armonicamente la stessa musica. Il primo tempo, come spesso accade, è bloccato ma a differenza della partita col Tottenham, questa volta il Milan c’è, è presente, quanto mai vivo, attento, concentrato. Pur senza strafare, sono comunque almeno 3 le occasioni che capitano sui piedi dei rossoneri (Ibra, Van Bommel, Pato) e, anche se De Sanctis non è impegnato in grandi parate, è il Milan ad occupare stabilmente la metà campo avversaria e, se il Napoli abbozza qualche sparuta ripartenza, è solo per banali errori di disimpegno che coinvolgono a turno tutti i centrocampisti. Nel secondo tempo i giri del motore rossonero aumentano e il gol è solo la naturale conseguenza di una supremazia pressochè totale. Anche gli episodi favorevoli non vengono mai per caso, ma sono la ciliegina sulla torta che accompagna la squadra più audace e più coraggiosa. Se il rigore può essere considerato una situazione dubbia, ambiguo non può essere certamente il merito per una vittoria che nessuno può mettere in discussione. Spesse volte siamo stati critici, ma questa volta anche i numeri non lasciano spazio a controversie: otto tiri a zero, quattro assist a zero e un possesso palla assestato al 62%. Numeri lapalissiani! La rabbia di questo Milan ha tante fotografie diverse: l’urlo di liberazione di Ibra dopo il calcio di rigore trasformato; la prestazione maiuscola del bimbo Pato, forse la migliore in assoluto da giocatore del Milan per quantità, qualità, corsa, carattere, voglia: un Pato globalmente immenso; l’energia di Prince Boa, decisivo trascinatore: il suo fisico è l’esatto emblema di un Milan potente, esuberante, determinato ed aggressivo; l’autorità di Mark van Bommel, l’olandese voluto più da Raiola che da Galliani: esperto, furbo, a volte irritante (per gli avversari) ma punto fermo di un centrocampo di tanta sostanza; e infine Nesta e Thiago, i due fratelli siamesi della difesa. Con loro la coperta non è mai corta perchè quando sbaglia uno c’è l’altro, quando l’altro ha un’indecisione, l’uno interviene. L’ossatura portante c’è ed è su questa che si fonda la certezza di un Milan che, quando vuole qualcosa, sa come ottenerla, in ogni modo e con ogni mezzo. Quando il gioco latita, gli interpreti rossoneri hanno capito che sono altre le armi che possono fare la differenza. La strada è ancora lunga ma finchè c’è energia e voglia ogni traguardo sembra meno lontano!






