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Il Milan di Firenze è stato così padrone del campo che Abbiati avrebbe potuto tranquillamente evitare di effettuare la rituale doccia post-partita, tanto è stat priva di qualsiasi tipo di sollecitazione la sua prova. Se ciò è stato possibile e se la squadra ha mantenuto quasi sempre il baricentro spostato ben oltre la metacampo il merito è tutto di una difesa che per l’occasione ha vestito lo smoking di gala: Abate e Antonini quanto mai lucidi e propositivi, Nesta e Thiago Silvia reali e sontuosi negli anticipi, nelle chiusure e nei duelli in velocità. A centrocampo non sono mancati impegno e polmoni. Se un difetto vogliamo trovare ai 3 intermedi è l’eccessiva riluttanza ad accompagnare l’azione offensiva e a proporsi come con continuità in appoggio ai due esterni difensivi; a parte infatti un colpo di testa di Aquilani e un tiro di Nocerino, difficilmente Ibra e Binho hanno trovato compagni pronti all’inserimento senza palla. Questa idiosincrasia dei centrocampisti verso l’area di rigore, accompagna dalla vena quasi totalmente “da trequartista” di Ibra, hanno contribuito a rendere quanto mai sterile l’attacco rossonero. La mancanza del Boa in questo senso si è vista (area di rigore deserta) e sentita (Ibra e Binho non hanno trovato un acuto interlocutore dei loro assist). Bene l’inserimento di Patinho che, col suo movimento e i suoi smarcamernti, è stato più volte oggetto degli istinti collaborativi di Ibra. E proprio dal dialogo tra Ibra e Pato passeranno molte delle nostre prossime fortune.
Estetica e pragmatismo. A prima vista due filosofie assolutamente agli antipodi. Da una parte c’é un modo di pensare orientato alla bellezza oggettiva utilizzando il contributo dei 5 sensi; dall’altra c’é una visione della realtá in cui ogni azione é misurata in base al profitto e all’efficacia che procura. E cosí anche tra i calciofili più filosofeggianti è di uso comune prendere una posizione radicale, avendo come paradigmi Sacchi (re del bel calcio) e Capello (re del cinismo). Il Milan delle ultime due trasferte ha voluto rendere gentile omaggio alle due correnti di pensiero. Se all’olimpico contro la Roma, il risultato positivo aveva fatto passare in secondo piano ampi momenti di totale apnea difensiva, contro la Fiorentina la squadra ha peccato di sicurezza in se stessa, peccando di ghirigori ed eccesso di ricami. Ottimo e disinvolto possesso palla, discreta fludità di manovra ma tiri in porta ridotti al lumicino come se Ibra, Binho e Seedorf puntassero più all’assist che alla finalizzazione. Nonostante gli errori arbitrali (tanti, gravi e inspiegabili), la partita andava vinta, anche perchè la fiorentina (soprattutto nel primo tempo) si configurava come lo sparring partner ideale: squadra in crisi di identità, con peso offensivo inesistente, errori a ripetizione, scarsa reattivitá nei contrasti. Invece il Milan, specchiandosi troppo nella bravura dei suo solisti, non ha saputo concretizzare una superiorità sembrata mai in discussione. Nelle ultime tre trasferte abbiamo assistito a tre Milan diversi: quello pazzoide di Lecce, quello spietato di Roma e quello narcisistico di Firenze. Il meglio ora sarebbe trovare la perfetta sintesi: un Milan che gioca bene, di squadra, con fraseggi veloci e trame incisive; un Milan che dimostra grinta, determinazione e cattiveria; un Milan che deve essere più concreto, dove gli attaccanti devono tirare più che rifinire. Quello con la Fiorentina non é un risultato negativo a prescindere ma lo é diventato con le condizioni (errori arbitrali compresi) che si sono determinate. Non esisterá sicuramente una scienza perfetta, nella filosofia come nel calcio; per vincere peró é sempre meglio guardare prima alla sostanza e poi all’estetica. E stando al comportamento di Allegri negli ultimi minuti, questa é forse anche la sua opinione.
In una serata ricca di mediocrità e di pochi motivi di esaltazione, solo Dinho merita un elogio. Come un pugile che non vuole arrendersi, il brasiliano prende per mano la squadra dispensando assist e giocate, trovando il modo di giustificare ai tifosi il prezzo del biglietto. Meno male che c’è lui perchè il contorno è al limite della sufficienza. Favalli blocca Gilardino, Thiago è un muro invalicabile, però sono soddisfazioni troppo esigue per giustificare una esaltazione di massa. Leonardo sta facendo il possibile e l’impossibile per tenere coeso un gruppo anche di fronte a degli obiettivi quasi spariti ancora di più dopo avere accarezzato un’illusione di scudetto che è stata fin troppo fugace per rendersene conto davvero. Per questo un elogio ancora maggiore
Milan e Fiorentina, due squadre in crisi di identità, di un progetto futuro e forse anche di obiettivi. Risultato: un 1-0 deciso da Dinho su rigore, al termine di una partita sofferta ma meritatamente vinta. Ormai è una tradizione: Milan Fiorentina è la partita degli addii: veri, presunti, annunciati. Ieri, 31 maggio 2009, si chiuse l’esperienza rossonera di Maldini, Kakà e Ancelotti. Oggi, un anno dopo, anche il ciclo di Leonardo, durato appena una stagione, sembra già al capolinea! Gli abbracci a fine partita, gli sguardi languidi, le lacrimi sul punto di sgorgare impetuose valgono più delle mille parole non dette a fine partita. Di fronte ad una mediocrità diffusa da una parte e dall’altra, è stata la maggiore voglia di vincere della squadra rossonera a fare la differenza, accompagnata dalla classe di Dinho: come sempre un uomo solo al comando; pur nella sua discontinuità, sempre decisivo. In questo momento il Milan è quello di sabato: poca rapidità, poche idee ma quel carattere sufficiente a trovare il gol di vantaggio e a blindare il terzo posto. Tuttavia la vera fonte di preoccupazione è che il sentimento prevalente, anche di fronte ad un a vittoria, è di totale e sincero scoramento. L’incertezza quotidiana, l’impotenza verso una squadra che non è più in grado di lottare per traguardi importanti lascia un segno di amarezza più che tangibile.





