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Quando si vive un momento di difficoltà, possono succedere due cose: o si viene assaliti dalla depressione che ti fa sprofondare sempre più in basso, oppure si trova la forza di rialzarsi, facendo affidamento alle proprie forze positive. Quando si é sottoposti poi alla pressione mediatica non ci sono alternative: o si é in grado di reggere l’onda d’urto oppure si rischia di essere travolti senza spiragli né vie d’uscite. Il Milan che si presentava al derby sembrava non godere di buona salute, né fisica nè mentale; svuotato di energie e di idee. Ma mentre molti (questo blog compreso) parlavano e si interrogavano, qualcuno approfittava della benedetta sosta per ricaricare le batterie e preparare in ogni dettaglio la sfida senza ritorno. Per rispondere alle critiche serviva una prestazione perfetta, in cui l’assolo dei solisti si confondesse con l’armonia della squadra. Facilitato da un gol dopo neanche un minuto e dalle idee di Leonardo molto fantasiose ma tatticamente poco evolute, il Milan di Allegri ha potuto realizzare coi fiocchi il proprio piano partita, fatto di controllo del gioco, di ripartenze rapide e attenzione difensiva. La vera chiave però è stata il centrocampo, efficace due volte: da una parte prezioso filtro e isolante perfetto; dall’altra origine creativa di tutte le manovre rossonere. Il tutto in un movimento e scambio di posizioni e ruoli che è risultato letale: Gattuso primo difensore ma coinvolto alla grande nell’azione del primo gol; Van Bommel cuscinetto difensivo che non si esime da prendersi il tiro; Boateng e Seedorf, umili in ripiegamento ma costanti a supportare Pato e Robinho. Il campionato del Milan assomiglia molto ad una partita combattutissima di tiro alla fune, in cui, nonostante gli innumerevoli strappi, l’avversario non vuole cedere nè abbandonare la presa. Per far sì che il nemico superi quella metaforica linea bianca della resa, serviranno ancora prestazioni maiuscole. Tante volte abbiamo temuto di perdere quella presa, tante volte siamo stati sul punto di lasciarci sfuggire quella fune. Ma tutte le volte la squadra ha reagito alla grande, tutti gli interpreti hanno fatto scorta di gesso e hanno ripreso a tirare. Ora, di qui alla fine, serve farlo con continuità, con lo stesso spirito combattivo, la stessa attenzione ai dettagli del derby vinto. Siamo in testa da 22 giornate, abbiamo visto tutti e 4 gli scontri diretti. Questo, anche se non ancora sufficiente in termini numerici, deve essere l’iniezione di fiducia per il rash finale.
Il coraggio é come la classe e lo stile: é una virtù che non si puó inventare. O ce l’hai nel tuo DNA come gene decisamente impresso oppure non lo puoi creare. Eventualmente, puoi scoprirlo cammin facendo lasciando che siano le circostanze ad alimentarlo ma non puoi attendere che si palesi come Venere dal mare. La vittoria nel derby è la manifestazione più autentica di un allenatore coraggioso e di una squadra umile e perseverante. Le circostanze di Bari (necessità di riposo per Pirlo e Pato) ci hanno consegnato un Milan diverso dall’abituale, plasmato da Allegri per essere più aggressivo e dinamico, meno ricamatore e più sostanzioso. Tutto é cambiato da quando allenatore e giocatori hanno compreso che fioretto e merletti sono soltanto una delle strade, ma non la sola che conduce al successo e da quando é stata data anche ad altri (vedi Flamini) la possibilità di mostrare il proprio valore. Se é vero che una squadra è sempre la riproduzione fedele del carattere di un allenatore, questo Milan é l’incarnazione più fedele di questo concetto. La rotazione dei giocatori é stata solamente il mezzo che Allegri ha utilizzato per poter plasmare la squadra a sua immagine e somiglianza. Pur nella certezza che tutta la rosa dovrà essere coinvolta per raggiungere obiettivi importanti, é evidente che, anche alla luce della vittoria sull’Inter, Allegri ha ormai compiuto scelte radicali e forse definitive preferendo un centrocampo formato corsa anzichè stile fantasia. Più che un cambio di moduli o di giocatori, è cambiata la prospettiva. Prima il playmaker era Pirlo, con il suo essere catalizzatore di gioco e di palloni, con il suo essere termometro e spina dorsale di una squadra che lo riteneva punto di appoggio indispensabile. Ora invece il punto di riferimento unico è diventato Ibra, con il suo essere totalizzante, con la sua fisicità e la sua tecnica: vero ago della bilancia del gioco offensivo, distributore di palloni e corridore, finalizzatore e uomo dai 1000 sacrifici, giocatore di classe e di battaglia. Onore a questo Milan, che forse ha trovato il suo percorso e la sua identità, di certo ha ritrovato quella posizione di alta classifica a cui da troppo tempo non era abituato.
Chapeau… Giù il cappello all’Inter! Saranno antipatici, giocheranno un calcio anti-estetico, avranno dato una pessima dimostrazione di sè anche durante i festeggiamenti ma hanno vinto. E chi vince ha sempre ragione, arbitro o non arbitro, fortuna o non fortuna, bel gioco o no. Mentre capitan Zanetti alzava la coppa, Galliani esultava: non tanto perchè animato da uno spirito di appoggio stracittadino, ma solo per uno scopo utilitaristico: superare la Germania nel ranking uefa. In un momento così delicato della storia rossonera, in cui la coesione tra le parti, la compattezza dell’ambiente, lo spirito di corpo dovrebbero essere il motore di qualsiasi decisione e comportamento, la società riesce ad assumere un atteggiamento contrario a quello del sentire comune, contribuendo ad aumentare ancora di più il divario che si sta creando tra le parti. L’Inter ha vinto e il Milan ha guardato; l’Inter ha vinto perchè ha operato meglio, perchè ha gestito con maggiore intelligenza le risorse umane ed economiche, perchè avuto il coraggio di compiere scelte radicali, quando e come serviva. Qualche idea:
- Ha scelto l’allenatore migliore, il più antipatico ma il migliore: non si è preoccupata dell’ambiente e nemmeno della nazionalità; nè dei soldi nè della forte personalità; e ne ha difeso le scelte, ne ha assecondato le richieste, ne ha condiviso le battaglie. Il Milan invece non sceglie più il meglio, ma solo chi è disponibile, chi è libero, chi costa meno e chi può piegarsi alle richieste provenienti dai vertici.
- Ha operato sul mercato indovinando tutto, con una gestione manageriale perfetta e con una competenza tecnica di alto livello; oltre alla disponibilità economica elargita, ha avuto la capacità di coinvolgere tutti i giocatori nel progetto, di soddisfare le loro richieste ma sempre mettendo l’interesse dell’Inter in primo piano. Si è svenata quando serviva, ha mostrato il pugno di ferro quando le circostanze lo richiedevano. In casa rossonera invece tutto il contrario: poca liquidità, inadeguatezza nella gestione delle trattative, incapacità di capire bisogni e criticità della rosa. Un esempio: da una parte la vendita di Ibra con conguaglio tecnico ed economico; dall’altra Kakà, svenduto e non rimpiazzato.
- Ha avuto il coraggio di cambiare. Nonostante le vittorie continue in Italia, Mourihno ha chiesto e ottenuto una rivoluzione completa. Ben 6 giocatori nuovi (Milito, Eto’o, Lucio, Thiago Motta, Sneijder, Pandev) inseriti nella formazione titolare. Nel Milan invece immobilismo totale: solo un innesto (Thiago Silva) a fronte di una perdita eccellente: Kakà.
- Ha difeso il suo manager e la sua squadra in ogni circostanza. Mourinho si è reso protagonista di azioni e parole provocatorie, dispensatrici di odio e di veleno ma ha sempre avuto l’appoggio e la copertura della società. In casa Milan invece l’allenatore è stato costretto a convivere con punzecchiature continue che hanno impedito il normale svolgimento del suo compito.
- Ha perfettamente compreso che le vittorie non devono rappresentare il punto di arrivo ma il punto di partenza e che il percorso verso il miglioramento non deve mai essere interrotto, ma deve essere un processo di sviluppo continuo. Da una parte c’è un Milan che, quando ha vinto, si è fermato pensando che fosse tutto perfetto, tutto giusto, tutto fantastico. Dall’altra c’è una società che, appena vinta la Champions, sta pensando a come re-investire sul mercato i premi incassati. E’ solo agendo così che si può pensare di mantenere alto il livello di rendimento, è solo così che possono nascere nuovi stimoli per nuovi trionfi.
La nota più dolente è che neanche la vittoria dei nerazzurri ha avuto il potere di risvegliare l’orgoglio di un presidente sempre più incerto sul da farsi e di un amministratore delegato che non sa come impostare una pianificazione strategica di investimento degna del nome Milan. Attendiamo la scelta del prossimo allenatore e le prossime mosse, anche alla luce del possibile nuovo socio russo GazProm. Scrivere questo articolo è stato molto difficile, ma la natura del tifoso deve essere anche l’obiettività, indipendentemente dalla normale faziosità.







